A cura di: Studio Spinapolice & Partners
Ancora un rinvio, l’ennesimo, per deliberare il passaggio da società cooperativa a S.p.A.: l’assemblea degli azionisti di Banca Popolare di Bari prevista per il prossimo 16 dicembre non si terrà. Questa volta lo spunto per prendere tempo lo offre il Consiglio di Stato, con la sua sostanziale non decisione del 18 ottobre scorso, diffusa con l’ordinanza del 26 ottobre.
I giudici di Palazzo Spada hanno, infatti, deciso di rinviare l’annosa questione della trasformazione in SpA delle banche popolari (come previsto dal Dl n. 3/2015) alla Corte di Giustizia Europea ponendo cinque quesiti sul contenuto dei quali pronunciarsi.
Eccoli nel dettaglio:
La questione in sospeso, a questo punto, non riguarda più solo la Popolare di Bari e la Popolare di Sondrio, unici due istituti ancora non trasformatisi in Spa, ma anche le banche Popolari già convertitesi in SpA e l’intero processo della discussa riforma, di cui il Consiglio di Stato ha confermato la sospensiva.
Fermo restando che i due istituti sarebbero comunque liberi di decidere se trasformarsi in Spa oppure no, si profila sempre più impellente la necessità di tutela degli azionisti, che, nel caso pugliese, hanno visto precipitare i loro titoli da 9,53 euro di inizio 2016 agli attuali 2,38 euro, con una perdita del 75% in neanche 3 anni. A questo proposito, il Comitato per la tutela degli azionisti della Banca Popolare di Bari ha presentato nei giorni scorsi una proposta di legge alla Camera di Commercio di Bari.
Altro dato allarmante il rendimento delle obbligazioni subordinate della Banca Popolare di bari che, dopo la seduta del 26 ottobre, sono scivolate a quota 60 con proposte d’acquisto praticamente inesistenti. Il rendimento netto annuo del 23,57% viene definito dall’ADUC una “valutazione da default”.
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“Dopo decine di anni durante i quali hanno trattato quelli come me ritenendoli credibili solo se erano pronti a tradire quelli fuori che li avevano votati, pretendevano ancora che quelli fuori avessero qualche rispetto per le loro opinioni. In tutta l’America, in Inghilterra, in Francia e in Germania – dappertutto – quelli dentro si stanno accorgendo che la loro autorità si sta spappolando.
Prigionieri del loro marchingegno, schiavi del dilemma di Summers, sono condannati, come Macbeth, a fare errori su errori fino a quando non capiranno che la loro corona non è l’emblema del potere che hanno, ma del potere che hanno perso. Nei pochi mesi che ho passato trattando con loro, ho colto i segni di quella tragica consapevolezza”.
Così scrive nel suo memoir “Adulti in una stanza”, edito in Italia da La Nave di Teseo, Yannis Varufakis, l’ex ministro delle finanze greco, che si era opposto ai diktat della troika europea, in quanto contrario ai prestiti forzosi che l’Unione Europea, il Fondo Monetario Internazionale e il governo greco a guida socialista di Ghiorgos Papandreou, avevano imposto al suo Paese così aumentandone il debito.
“Costringere un paese alla bancarotta a contrarre nuovi debiti a condizione che riduca le sue entrate è una strana e crudele punizione” scrive ancora “La Grecia non è mai stata salvata. Con il prestito cosiddetto di “salvataggio” e gli ispettori della troika entusiasticamente impegnati a tagliare le entrate, l’Unione Europea e il FMI avevano in pratica condannato la Grecia a una moderna versione della dickensiana prigione per debitori, della quale avevano poi buttato via la chiave.”
Ma, cominciamo dall’inizio.
Le elezioni del gennaio 2015 in Grecia furono vinte dal partito della sinistra Syriza. Il suo leader Alexis Tsipras assunse l’incarico di formare il governo e al ministero delle finanze andò un professore di teoria economica dell’università di Atene, Yanis Varoufakis, tornato nella capitale greca dopo due decenni trascorsi a insegnare economia in Australia, all’università di Sidney e, prima ancora, di Glasgow, Cambridge e East Anglia. Varoufakis, nella sua veste di ministro, si trovò ad affrontare la grave crisi che, esplosa in Grecia, era stata ufficialmente annunciata da Ghiorgos Papandreu il 23 aprile del 2010 e che sembrava potesse essere risolta con un prestito di 110 miliardi di euro concertati tra L’unione europea, la BCE e il Fondo monetario internazionale per aiutare il Paese a uscire dalla crisi pagando il suo debito, contestualmente ad altre draconiane misure economiche che contribuirono ulteriormente a impoverirlo, avendo quel prestito vieppiù aumentato il debito.
Tant’è che quando pochi mesi dopo l’insediamento del governo Tsipras arrivò la scadenza del primo rimborso, la Grecia non era in grado di farlo se non creando un ulteriore sconquasso della sua economia con conseguenze drammatiche per l’intera popolazione che in quei tre anni dall’annuncio della bancarotta si era vista dilapidare risparmi, stipendi, pensioni. Varoufakis, già ferocemente contrario al fatto che un paese indebitato ricorresse ad altri debiti per pagare quelli precedenti, convinto com’era che questi avrebbero ulteriormente ridotto le sue entrate, fece agli enti emittenti due proposte che prevedevano la ristrutturazione del debito e l’ammorbidimento dell’austerità, nel cui tunnel il Paese si era infilato riducendo i consumi e, quindi, produzione e posti di lavoro.
Varoufakis portò avanti quel negoziato in maniera aggressiva e sicuramente inusuale che, dopo la sorpresa iniziale, provocò la reazione dei creditori, in particolare e non casualmente Germania e Francia, le cui banche erano le più esposte al fallimento. Infatti, il prestito alla Grecia era servito non a salvare il Paese, bensì le banche francesi e tedesche. Da qui la poca flessibilità dell’Europa che il 25 giugno di quell’anno presentò invece al governo Tsipras un ultimatum che, guarda un po’, conteneva un nuovo prestito e ulteriori misure di austerità, tutto sulle spalle del popolo greco.
La risposta del governo fu l’interruzione dei negoziati e quella di indire un referendum tra la popolazione il cui esito avrebbe stabilito se accettare o meno il diktat dei creditori. Syriza si mise dalla parte del no, con Varoufakis, vero promotore di quel referendum, che dichiarò di dimettersi nel caso avessero vinto i “si”. Si votò il 5 luglio 2015 e ben il 61 per cento della popolazione si trovò con Varufakis. Ma quella notte, in un drammatico incontro con Tsipras, Varoufakis scoprì che il capo del governo la pensava diversamente adducendo ragioni che avevano a che fare con la sicurezza e la tenuta della democrazia stessa. A Varoufakis, per coerenza, non restò che dimettersi quella notte stessa, 162 giorni dopo il suo insediamento al ministero delle finanze.
Ebbene, la storia di quei 162 giorni, di quanto accadde dietro le quinte, le vicende, i personaggi, con tutti i particolari anche quelli più segreti e scottanti, sono ora narrati nel libro “Adulti nella stanza”. Da esso emergono anche le idee dell’autore che, comunque, ben colgono nel segno le debolezze di questa Europa e la deriva verso la quale si sta avviando se il suo establishment continuerà a non vedere la crisi del proprio progetto così come si è andato configurando nei fatti e negli anni. Crisi tale da dare sempre più forza alle spinte sovraniste e nazionaliste, a spese di una sinistra che non si è posta in maniera critica nei confronti di questa deriva, anzi, spesso favorendola fingendo che tutto andasse per il meglio. Varoufakis si è tirato fuori da questo equivoco.
A cura di: Studio Spinapolice & Partners
Salita spesso agli onori delle cronache negli ultimi mesi per i rapporti burrascosi tra soci e governance, che hanno visto alternarsi rapidamente dimissioni, nomine, aumenti di capitale e inevitabili andamenti altalenanti in borsa, CARIGE sembra finalmente aver trovato un punto d’equilibrio in grado di far sperare nella continuità che il mercato si aspetta.
Finalmente, infatti, a fine settembre i soci hanno approvato il cambio di direzione, votando per il nuovo board, a netto marchio ex Unicredit.
Pietro Modiano, milanese, 67 anni, una lunga carriera bancaria, due mandati di presidenza della SEA SpA ((la società aeroportuale milanese) è il nuovo Presidente di Banca Carige.
Al suo fianco, in sostituzione di Paolo Fiorentino, è stato nominato amministratore delegato Fabio Innocenzi, veronese, 57 anni, ex manager UBS, Banco Popolare e Unicredit, insieme a Modiano ai tempi di Alessandro Profumo.
Vice presidente del C.d.A., in rappresentanza dell’azionista di maggioranza Malacalza, è stata nominata Lucrezia Reichlin, romana, 64 anni, economista, per anni consigliere non esecutivo di Unicredit Group.
Un primo tenue segnale positivo dalla Borsa si è avuto subito dopo le nuove nomine, col rialzo del 2,38%. Nuovi rialzi anche nei giorni scorsi.
Ma il lavoro è tutto da fare e non sarà facile. Del resto, il tono delle prime parole di Modiano “Ora non possiamo fallire” è chiaro: la banca è in grande difficoltà, in un contesto generale complesso, con lo spread in salita e i mercati incerti per le decisioni del governo.
Eventuali errori potrebbero rendere sistemici i problemi della banca più antica d’Italia, con conseguenze gravissime per tutto il sistema creditizio del Paese.
Primo impegno nei confronti della Bce è un nuovo piano conservativo del patrimonio unito ad un aumento di capitale entro l’anno.
Si era parlato di possibili fusioni, ma, secondo Malacalza, in caso di fusione sbagliata, sarebbe fallimento.
Quasi certe alcune cessioni e l’emissione di un bond subordinato. necessarie ovviamente anche nuove strategie e riduzione delle spese.
Molti rischi, dunque, e, in attesa delle prossime novità, concludiamo citando lo stesso Innocenzi che, in occasione della presentazione del suo libro memoir “Sabbie Mobili. Esiste un banchiere perbene?”, edito due anni fa da Codice Edizioni, si pose anche un’altra domanda: “Chi è il banchiere giusto? Non è chi evita i rischi, ma chi li gestisce. Pure sbagliando.”
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I Conti Individuali di Risparmio (C.I.R.), se dovessero passare nella prossima legge di Stabilità, potrebbero essere operativi già dal 2019. Sull’onda emotiva dello slogan “no alla dittatura della finanza!” e in linea col pensiero sovranista diffuso, questo strumento di autarchia finanziaria è sponsorizzato principalmente da Armando Siri, sottosegretario alle Infrastrutture e ideatore della flat tax leghista, nonché consigliere economico di Matteo Salvini.
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Dopo dieci anni dal fatidico 2008, anno di inizio della crisi, finalmente i livelli occupazionali migliorano, con qualche cambiamento positivo per le donne.Il 31 agosto l’Istat ha pubblicato i dati relativi a luglio, di cui riportiamo i passaggi più rilevanti “…la stima delle persone in cerca di occupazione diminuisce del 4,0% (-113 mila).
Il calo della disoccupazione riguarda entrambi i generi e tutte le classi di età. Il tasso di disoccupazione scende al 10,4% (-0,4 punti percentuali su base mensile); diminuisce anche quello giovanile che si attesta al 30,8% (-1,0 punti)….nel trimestre maggio-luglio 2018 si stima una consistente crescita degli occupati (+0,7% rispetto al trimestre precedente, pari a 151 mila). L’aumento interessa entrambe le componenti di genere e tutte le classi di età pur concentrandosi principalmente tra gli ultracinquantenni (+123 mila). Crescono nel trimestre i lavoratori a termine (+113 mila) e gli indipendenti (+54 mila) mentre registrano un lieve calo i dipendenti permanenti (-16 mila).”
Ci sembra interessante osservare che, nonostante la crescita e il settore industriale siano in rallentamento , il mercato del lavoro abbia recuperato quanto perso nel decennio di crisi, tornando a livelli che non si vedevano dal 2008.
Altrettanto interessante è analizzare la trasformazione della situazione occupazionale dal 2008 ad oggi. Infatti, sebbene numericamente si siano raggiunti e anche leggermente superati i livelli di 10 anni fa, i cambiamenti sono notevoli.
Innanzitutto si registra l’invecchiamento della forza lavoro, dovuto sia al fatto che molti giovani scelgono di lavorare all’estero sia al prolungamento degli studi nonché all’aumento dell’età pensionabile.
Un dato confortante è l’aumento delle donne che lavorano, mentre permane il gap tra Nord e Sud. Aumentano, infine, i contratti a tempo determinato e i part time.
Non resta che sperare che questa tendenza positiva prosegua nei prossimi mesi.
A cura di: Studio Spinapolice & Partners
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