A cura di: Studio Spinapolice & Partners
Nella notte tra l’11 e il 12 giugno del 1961, un gruppo di terroristi sudtirolesi, aderenti alla Befreiungsausschuss Südtirol, fecero esplodere numerose bombe al plastico che fecero saltare decine di tralicci dell’alta tensione in Alto Adige.
Nota come la “Notte dei fuochi” o del Sacro Cuore costituiscono motivo centrale dell’ultimo libro di Lilli Gruber “Inganno”, edito da Rizzoli, da cui emerge che quegli attentati furono solo una parte, anche se la più clamorosa, di un progetto ben definito: la lotta per l’indipendenza del Sud Tirolo e la sua riunificazione con l’altro Tirolo e l’Austria. Lilli Gruber, altoatesina di Bolzano di lingua tedesca, che avrebbe cominciato a parlare l’italiano solo a sei anni, necessariamente a scuola, quando la famiglia per ragioni di lavoro legate all’attività imprenditoriale del padre Alfred, si trasferì a Verona, lo ha raccontato in un libro intenso, caratterizzato da una formula ibrida che mescola romanzo e reportage giornalistico insieme, a capitoli alternati.
Il romanzo racconta la storia di tre giovani sudtirolesi, Peter, Max e Klara, che in diversa misura hanno partecipato agli attentati, personaggi che il racconto di Lilli Gruber ha inteso farne delle figure simboliche, ciascuna delle quali ben rappresenta un quadro di interni famigliari complessi che conducono il lettore verso i tanti condizionamenti posti dalla posizione importante delle famiglie stesse, che hanno a che fare con il nazismo da una parte, con il pericolo comunista dall’altro, molto presente in quegli anni e, su tutto, con una serie di relazioni internazionali che vedevano nel Sud Tirolo una sorta di presidio armato anticomunista. Da qui un grande intrecciarsi di servizi segreti, Cia in testa, e naturalmente italiani, sia ufficiali che deviati. In questo senso, aggiungerei ai tre giovani protagonisti anche la figura di Umberto, l’ufficiale dei carabinieri in forza ai servizi segreti, al quale l’autrice ha saputo dare, nella vicenda che racconta, lo spessore del personaggio vero.
Una vicenda che l’autrice ama interrompere con le incursioni della giornalista che, con il piglio dell’inchiesta, va a intervistare i protagonisti veri del tempo, oggi ormai anziani, oppure, nel caso della loro scomparsa, i figli di quegli stessi protagonisti, considerati eroi in patria, che misero la loro firma sugli attentati, che in alcuni casi – al di là delle intenzioni – procurarono morti sia tra i civili che tra le forze dell’ordine.
A riguardo, certe testimonianze hanno davvero del sorprendente per l’ostinata passione che esprimono nel difendere la loro storia. Valga per tutti quella di Siegfried Steger, protagonista della Notte dei Fuochi e di tante altre azioni dinamitarde, condannato in Italia, dove, se rientrasse, potrebbe tranquillamente essere arrestato. Oggi vive con la compagna in un “silente sobborgo di Innsbruck” e non solo si dichiara per nulla pentito “per le tragedie di quella stagione, per gli anni di prigionia scontati dagli amici e famigliari”, come scrive la Gruber, ma dice anche che sono gli italiani che dovrebbero scusarsi, affermando “Avrebbero dovuto andarsene subito, ridare il Sudtirolo ai sudtirolesi”, sostenendo la validità di un eventuale autodeterminazione del popolo.
Leggendo di lui e di altri protagonisti non si può non pensare agli istriani che, invece di combattere per la loro terra cercando di riprendersela dalle mani di uno Stato straniero come hanno fatto gli altoatesini, hanno scelto, viceversa e in massa, la strada dell’esilio e dei campi profughi. E alla domanda sul perché delle due scelte, due destini, così diversi tra due popoli entrambi di frontiera, la risposta è che ciò possa essere dipeso solo da due fattori: o sull’indole delle rispettive genti, più docile quella degli istriani, o sulle diverse reazioni alle uguali rivendicazioni da parte degli Stati che si avevano di fronte: l’Italia democratica, e perciò più vulnerabile, i sudtirolesi che ne hanno approfittato; la Jugoslavia comunista, e perciò più feroce, gli istriani. Certo è che i sudtirolesi le foibe, e non solo quelle, non le hanno conosciute.
A cura di: Studio Spinapolice & Partners
Daghestan, Cecenia, Inguscezia, Ossezia del nord, Kabardino-Balkaria, Karachevo-Circassia, Adygeya, Stavropol Kraj, Krasnodar Kraj, Armenia, Nagorno Karabakt, Azerbaigian, Georgia sono i paesi della regione del Caucaso, compresa tra il mar Nero e il mar Caspio.
Una regione alla quale la fine dell’impero sovietico ha restituito una problematica indipendenza nel quadro di un riordino etnico, religioso, linguistico, economico e di potere necessario dopo gli stravolgimenti provocati dallo stalinismo che aveva operato mediazioni di frontiera utili al proprio interesse e controllo. Le conseguenze sono state tensioni che producono guerre, alleanze contrapposte e trasversali, talvolta contradditorie per lo più condizionate dalle posizioni e interessi che la Russia mantiene.
In questo contesto per un osservatore comune è difficile orientarsi. Sui media arrivano echi lontani di disordini, ribellioni, guerre, gli elementi divisori sembrano essere in particolare religiosi, culturali ed etnici, ma quasi sempre nascondono i veri motivi che sono quelli economici in virtù delle grandi risorse naturali presenti nella regione e l’influenza dei diversi soggetti interessati a queste, oltre alla Russia, la Turchia, l’Iran, gli Stati Uniti e non ultima l’Europa. La presenza militare fondamentalista complica ulteriormente le relazioni locali e internazionali, dando vita a una serie di processi che è difficile seguire, se non per grandi linee.
A questo legittimo deficit di comprensione, della quale può essere in parte responsabile anche l’informazione che lascia per scontata la turbolenza della regione, facendone emergere solo episodicamente le relative problematiche, sopperisce il volume “Caucaso – Dall’Urss a Putin: il dilemma di una regione di frontiera”, edito da Bordeaux, che raccoglie, a cura di Daniele Cellamare, docente presso la Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza di Roma e presso il Centro Alti Studi della Difesa, una serie di contributi di diversi autori, tutti specializzati o specializzandi su queste tematiche.
Oltre alla necessaria prefazione dello stesso curatore del volume, abbiamo interventi, ampi e approfonditi, che entrano nelle pieghe della materia mettendo in rilievo gli aspetti più dirimenti all’origine della situazione caucasica, per molti versi esplosiva, sia per ragioni contingenti che storiche, come ad esempio quella del Nagorno Karabakt, conteso dall’Armenia, per ragioni di natura etnica (il 90 per cento della popolazione è armena), e dall’Azerbaigian, a cui fu assegnato da Stalin nel 1923. “Solo il 2 settembre 1991 il Nagorno Karabakh dichiarò la propria indipendenza” scrive Ilaria De Napoli nel suo intervento L’Armenia al centro. E conclude: “Tuttavia, da allora i conflitti e le rivendicazioni continuano a manifestarsi a più riprese”.
A queste si aggiungono altre ragioni di carattere religioso, per la presenza di confessioni che vanno dall’islamismo, nelle sue varie declinazioni e contrapposizioni al suo stesso interno (wahhabiti, sufi, sunniti, sciiti, salafiti e altre minoranze musulmane) al cristianesimo ortodosso nelle sue varianti nazionali o al culto apostolico armeno, dalla presenza ebraica, come in Georgia, “una elle più antiche comunità esistenti nella regione” ad altri gruppi religiosi.
Le tensioni esistenti pongono anche problemi nella sicurezza, da cui derivano alleanze a scopo militare e non solo, come può essere quella russo-armena o altre che vedono coinvolte la Turchia, l’Iran, gli Stati Uniti, la Francia e l’Europa e così via, in un insieme di dinamiche che non riguarda solo gli armamenti, bensì il Cyberspazio, visto l’utilizzo di tecnologie informatiche utilizzate per attuare azioni criminali negli affari interni degli Stati, “disturbando l’ordine pubblico, fomentando l’odio nazionale (…) e lo stato di propaganda sovversiva”, come riportato da Aldo Ferrari che riporta il testo delle quattro principali minacce di sicurezza informatica e dell’informazione contenuto nel decreto “Principi della Politica di Stato della Federazione Russa nel Campo della Sicurezza Informatica Internazionale fino al 2020”, promulgato dalla Russia nel 2014.
Più in generale, comunque, l’importanza di questo libro è sottolineata anche dal fatto che, per quanto tratti di una regione lontana e complessa nelle sue articolazioni socio-economiche, religiose e militari, quella del Caucaso riguarda anche noi, europei e italiani, per gli approvvigionamenti di gas ed energetici in generale dai quali dipendiamo (la stessa TAP, di cui si è tanto discusso è ad essa collegata). Capirne le dinamiche, almeno nelle sue linee macro, è importante per noi e questo “Caucaso” a riguardo ci dà senz’altro una mano.
A cura di: Studio Spinapolice & Partners
La parola arcipelago ha a che fare con l’Egeo, dal greco Aigaion Pelagos, storpiato poi dai veneziani, insediatisi nell’Egeo dopo il 1204, in Archipelago. Un mare, l’Egeo, sul quale s’incontrano migliaia di isole di varia grandezza di cui oltre duecento abitate.
Un viaggio straordinario tra di esse, tra le maggiori e le più rappresentative, lo compie per tutti noi Giorgio Ieranò, docente di letteratura greca all’Università di Trento con il suo libro “Arcipelago – isole e miti del Mar Egeo”, edito da Einaudi. Viaggio straordinario perché attraversa i secoli, visita le isole nei tempi e nello spazio che hanno dato vita ai tanti miti arrivati fino a noi e, poi, eventi che toccano la storia dalle epoche passate (veneziani, cavalieri gerosolimitani, ottomani, italiani, tedeschi, inglesi, greci) e più recenti, fino ai nostri giorni se serve a completare il racconto che le descrive. E lo fa con una scrittura capace di coniugare grande erudizione e lievità stilistica, passione ed emozioni, colori, sapori, storie, il tutto con una naturalezza narrativa da rendere questo libro in qualche modo unico nel suo genere.
Emergono isole che oggi per lo più sono meta di turisti e, alcune, pretesto di volgare movida, un divertimento cieco sul suolo che si calpesta, così ricco della sua millenaria storia come, ad esempio Santorini, della quale Ieranò coglie la tradizione vampiresca, sinistra, forse dovuta al suo “paesaggio irreale, impressionante, sulfureo. Santorini è un teatro naturale, un palcoscenico vertiginoso di rupi scoscese e di case a strapiombo affacciate su un golfo cupo, dalle acque profonde… Santorini deve la sua forma a mezzaluna proprio all’implosione del cratere vulcanico su cui giace”. Implosione che, a sua volta, ha dato luogo a tante leggende e miti, che la massa dei turisti che l’affollano del tutto colpevolmente ignora.
Ma, per fortuna, ci sono anche isole sulle quali, visitandole, miti e leggende ancora si respirano. Sempre nelle Cicladi isole come Serifos o Paros, quest’ultima, negli ultimi decenni, molto amata dai poeti irlandesi. “Desmond O’ Grady, per esempio, arrivò a Naoussa nel 1966, pochi anni dopo avere appunto recitato il ruolo fortemente autobiografico di un poeta irlandese ne La dolce vita di Federico fellini. Per O’Grady, morto nel 2014, Paros era ‘una epifania’, ‘l’isola delle isole’. Sulla sua scia si sono mossi i compatrioti Derek Mahon e il Premio Nobel Seamus Heaney. Qualche divo di Hollywood è invece approdato nella vicina Antiparos, isoletta oggi assai à la page.”
Lo stimolante viaggio nelle Cicladi prosegue a Delo, Naxos, Milos, Syros, che l’autore ci presenta nella loro luminosa dimensione naturale per la luce che le attraversa tra mare e cielo, palcoscici di altre storie, per poi spostarsi a Creta, la madre degli dei, come recita il titolo del capitolo. Un’occasione per immergerci nel mito di Giove, Efesto, del labirinto, di Minosse, del Minotauro, Teseo, Arianna, Dedalo, Icaro. Il libro offre momenti di rilettura di storie e personaggi di cui ci sono rimasti lontani echi scolastici, da opere come le Argonautiche di Apollonio Rodio o del mitografo Apollodoro con la sua Biblioteca. E di Omero. Ieranò cita Charles Delattre: “In Omero, Creta non è una semplice isola (nesos) ma una vasta contrada (gaia), una terra che ‘si estende da lontano’, una base solida e ferma dove risiedono fino a cinque popoli differenti. La sua posizione, ‘lontana al di là del mare’, ne fa quasi un analogo di quelle contrade misteriose che sono i paesi degli Iperborei e dei Cimmeri”. Il capitolo è ampio, e arriva fino alla occupazione tedesca, senza trascurare le scoperte dell’archeologo avventuriero Arthur Evans, al quale va il merito del ritrovamento del palazzo di Minosse. Ma prima ancora la conquista dell’isola da parte dei veneziani. Quanta storia in quel mare!
Da ultime le isole del Dodecaneso: Rodi, Kos, Samo, Lesbo, Lemno. Unico appunto, il relativo poco spazio dedicato a Kos, un’isola che da Ippocrate, 460 a.C. in poi ha conosciuto varie vicissitudini, tra occupazioni le più diverse e terremoti, fino all’amministrazione italiana con i segni tangibili dell’architettura razionalista con la quale il capoluogo dell’isola è stato ricostruito dopo il terremoto del 1933. Ogni pietra di Kos parla del suo passato, senza nascondere nulla. Forse come nessuna isola dell’Egeo espone tremila anni di storia tutti visibili. Ma i turisti, distratti dalla movida di questi ultimi anni (fino a tutti gli anni Ottanta l’isola era rimasta estranea alle masse) sembrano non accorgersene.
Questo libro di Ieranò è più di un invito a guardare l’arcipelago intero con altri occhi. E, soprattutto, altra testa.
A cura di: Studio Spinapolice & Partners
I resti imponenti dell’antico palazzo Ak-saray, voluto da Amir Temur il Tamerlano, lasciano intuire le dimensioni ciclopiche della costruzione, che doveva avere un portale dell’altezza di 50 metri e le torri minareto dalla base diagonale.
Una costruzione che nel suo insieme durò vent’anni, a partire dal 1380 e per la quale furono convocati i maggiori artigiani locali così come i maestri della Korazmia e dei Paesi caduti sotto il dominio di colui che è oggi un eroe nazionale.
Terminata la visita di Shakhrisabz, con la Moschea di Kok-Gumbaz e Dorut Tilyovat e il complesso dell’imam Khazrati, riprendiamo la strada per Samarcanda domandandoci se qualcosa potrà ancora stupirci dopo tutto ciò che abbiamo visto fin qui.

Descrivere l’emozione di trovarsi in questa antica e splendida città “dalle cupole blu” è praticamente impossibile. Il Registan, il Gour-e-amir, la moschea Bibi Kanhoum, il cimitero Afraisab…non staremo qui a descrivere i tanti monumenti, mausolei, madrasse e moschee grazie ai quali Samarcanda è stata inserita a pieno titolo nella lista del Patrimonio Mondiale dell’UNESCO; per questo ci sono le guide turistiche. Ciò che invece ci pare importante riportare è che, nonostante una certa atmosfera di turismo di massa, basta camminare per i vicoli secondari per ritrovare l’autenticità dei luoghi e soprattutto delle persone, sempre accoglienti, colorate e sorridenti, come abbiamo incontrato finora. Emozionante una passeggiata la sera, per gustare la magia dei monumenti illuminati.
Concluderemo il nostro viaggio a Tashkent, città sorprendentemente moderna, ma dal cuore antico, dove i grattaceli sfiorano lo stesso cielo dei minareti storici.

Ovunque, da Khiva in poi, denominatore comune è l’Islam e i suoi simboli: le bellissime moschee e gli arditi e piastrellati minareti, così come le madrase, cioè le scuole coraniche, come i diversi mausolei, questi e quelle tutti artisticamente lavorati, ispirati a una concezione architettonica grandiosa che utilizza mattoni, marmi, smalti, legni sempre minutamente lavorati con i tipici disegni geometrici, le mistiche svastiche -la cui idea fu poi fatta propria dai nazisti- le scritte dorate in arabo ispirate al Corano, le colonne gigantesche che talvolta suggeriscono, nella loro disposizione, fughe nello spazio in giochi di prospettiva, cupole smaltate, per lo più lisce, ma anche finemente sbalzate che si profilano suggestive verso il cielo. La loro fitta presenza in uno spazio così raccolto come quello di Khiva, ma anche in quelli delle maestose piazze di Bukhara, Shakhrisabz, Samarcanda e Tashkent, ci narrano di un paese antico e devoto, ma assolutamente non chiuso nella sua confessione. Allo straniero che arriva non si impedisce di visitare moschee, minareti, madrase e mausolei, con l’unica accortezza di togliersi le scarpe prima di accedervi. Il pensiero, per contrasto, corre all’immagine di un altro Islam che, con la sua violenza, le sue distruzioni, il tanto sangue innocente versato, il suo fanatismo e la sua follia disumana, sembra contraddire tanta bellezza. Qui no. In Uzbekistan l’Islam si apre al viaggiatore, allo straniero, lo accoglie. Merito di una visione laica che lo Stato ha imposto fin dalla sua indipendenza, autoproclamata, il 31 agosto del 1991, così affrancandosi dalla dominazione sovietica che, da par suo, portava le colpe di una ideologia che, in nome di un ateismo di stato poliziesco, minava alla base i principi di libertà dell’uomo. Fatto molto grave, tanto più quanto calpestava quei valori fatti propri dal comunismo e dalle lotte in nome di esso, per imporre una visione decisa da pochi uomini, da un partito, sulla intera popolazione alla quale si negava, si è voluto negare, con la libertà di scelta anche quella della sua storia e delle sue tradizioni, ora impedendole, ora nascondendole, cancellandole dai libri, dalla cultura, dalla vita, obbligandoli a una unica dimensione che era quella del potere sovietico.
“Ho saputo dell’esistenza di personaggi come Amir Temur, più conosciuto come Tamerlano, il condottiero nato a Shakhirisabz, solo dopo l’indipendenza. I sovietici avevano azzerato la nostra storia sui libri, facendola cominciare dal loro arrivo qui” ci dice Gula, la guida che ci ha fatto conoscere Tashkent.
Di tutte le città uzbeke, come già capitato a Khiva, colpisce la cura meticolosa degli addetti che a mano, una ad una, raccolgono le foglie cadute, strappano i fiori appassiti, bagnano le aiuole con l’innaffiatoio, mentre per i prati, sempre ben rasati, sono previsti sistemi di irrigazione capillare che mantengono il verde a dispetto dei 250 giorni di sole di cui gode il Paese e dei 40 gradi all’ombra che incombono nei mesi centrali dell’estate a partire dalla primavera. Moltissimi i gelsi che spandono i loro dolcissimi frutti per le strade. D’altra parte è da questa pianta che prende linfa la tessitura della seta che è uno dei prodotti qui più diffusi.
Del tutto sparita la tradizionale paranja, il costume costituito da un lungo mantello che copriva la testa, mentre un velo nero, di crine di cavallo, nascondeva il viso. Il raro merito di questa liberazione va al periodo comunista che ne proibì l’uso e, per questo, si ricorda un 8 marzo del 1927 in cui un gruppo di donne uzbeke, arrivate nella grande piazza Registan di Samarcanda, accesero un falò dentro il quale gettarono il velo. E’ importante notare che, d’allora, tranne che per il fazzoletto o il velo in testa, il volto delle donne è sempre libero, così come capita di incontrarne molte, soprattutto tra le giovani, con i capelli sciolti e al vento. L’espressione più autentica di un Paese che merita di essere conosciuto.
Il nostro viaggio è terminato, porteremo nel cuore le grandi bellezze e il sorriso della gente uzbeka.
A cura di: Studio Spinapolice & Partners
Qui il clima è decisamente più caldo, con una temperatura che sfiora i 40 gradi e senza il sollievo del piacevole venticello di cui avevamo goduto a Khiva.
Ma il desiderio e l’entusiasmo di scoprire questa nuova meta del nostro viaggio ci infonde le energie necessarie. Bukhara non è un piccolo centro raccolto come Khiva, ma tutto è comunque raggiungibile a piedi.
C’è davvero tanto da vedere in questa antichissima città museo sopravvissuta nel tempo, alcuni monumenti risalgono al 9-10° secolo, realizzati in mattoni di fango caratteristici della zona, a differenza del resto del mondo, dove l’architettura islamica faceva uso prevalentemente della pietra.
Difficile, anzi impossibile, trasferire su carta l’atmosfera unica dei vicoli labirintici del centro storico, delle piazze piene di famiglie che passeggiano, mangiano, danzano, giocano all’ombra dei gelsi secolari, sempre sorridenti e desiderosi di far sentire a proprio agio i turisti.
Le madrase, le fortezze reali, le moschee, gli splendidi mosaici, le cupole color turchese, gli alti minareti e il trionfo di colori degli abiti, dei tappeti, degli oggetti di artigianato in vendita un po’ ovunque contribuiscono a dare l’impressione di trovarsi in un luogo sospeso nel tempo.
Visitiamo la fortezza di Ark, , l’antica città reale, il prezioso Mausoleo di Ismail Samani e quello di Chasma Ayub, della fonte di Giobbe (all’interno un piccolo ma interessante museo dell’acqua), il minareto Kalon, la moschea di Bolo-Khauz, il complesso Poi-Kalyan, il bazar coperto, la splendida piazza del Lyabi-Hauz, cuore e centro catalizzatore della città, costruita intorno ad un’enorme vasca e circondata da edifici religiosi, caravanserragli e antiche madrase.
La sosta per il pranzo ci consente di gustare il caratteristico plov (pilaf), piatto a base di riso, carne, carote, cipolle, aglio, cumino, peperoncino e uvetta, preparato davanti ai nostri occhi.
C’è talmente tanto da vedere, in uno spazio così concentrato, che i nostri occhi sembrano non bastare a contenere tutto e confidiamo che l’obiettivo della macchina fotografica, catturando e fermando qua e là scampoli delle bellezze da cui siamo circondati, contribuisca a fissare meglio i tanti input visivi che stiamo ricevendo.
Abbiamo la fortuna di trovarci a Bukhara in coincidenza col Festival internazionale della seta e delle spezie, divenuto nel tempo una vera e propria celebrazione della cultura uzbeka, una tre giorni dedicata alla promozione e conservazione delle antiche arti del paese.
Lavorazioni artigiane della seta naturale, dell’oro, della ceramica e del legno vengono esposte praticamente ovunque, accanto a spezie, tè ed infusi vari.
Un trionfo di bancarelle diffuse, tra un mare di colori, in tutte le vie e le piazze centrali della città, mèta di genti venute da tutto il paese per acquisti ai quali pure noi non sappiamo sottrarci.
Ci lasciamo andare al flusso del fiume umano dei tanti visitatori del festival, siamo inebriati dai profumi delle spezie, dal trionfo di colori di tappeti, tessuti e oggetti vari esposti ovunque.
In questo contesto possiamo anche toccare con mano gli aspetti più comportamentali del vivere quotidiano della gente che si rivela ammirevole per la sua spontaneità nei rapporti, i volti sempre sorridenti, quasi orgogliosi di esibire le loro dentiere d’oro. E’ un piacere essere avvicinati da persone, più le donne in verità che, incontrandoci, desiderano essere fotografate con noi, un desiderio per altro ricambiato, non essendo minore il nostro di fotografarle ed essere fotografati con loro. Una estrema cordialità che è il tratto più tangibile di questo popolo sospeso tra passato, presente e futuro, dove incontri donne con i loro vestiti lunghi e colorati, composti da una tunica ricamata e sotto i pantaloni dello stesso colore, ma anche donne, in particolari le più giovani, vestite all’occidentale, seppur con un tocco d’oriente nei colori sempre accesi, il rosso ad esempio, e nei ricami, mentre magari si riparano dai raggi infuocati del sole con un ombrellino.
Il programma del festival include performance di bande provenienti da diversi parti del paese, giochi nazionali, degustazioni di cibo uzbeko. Assistiamo ad una sfilata di moda e veniamo invitati a partecipare a danze entusiasmanti davanti alla madrasa Nodir Devan Beghi.
Impossibile, infine, non fare una visita ad uno dei centri di realizzazione dei famosissimi tappeti con motivi ad esagoni ed ottagoni, di cui parlò anche Marco Polo. Quelli più di pregio sono in seta finissima, quasi impalpabili, ma hanno prezzi che pochi possono permettersi di spendere. Sorseggiando un ottimo tè, scopriamo che il tappeto cosiddetto “Bukhara” si chiama così non tanto e non solo perché prodotto in questa città (adesso è così), ma perché per secoli qui era il centro nevralgico di scambio dei tappeti tra Oriente e Occidente.
Dopo tre giorni di immersione totale nella contagiosa atmosfera di Bukhara, chiudiamo le valigie, lasciamo il comodo Hotel Zargaron Plaza e saliamo sul pulmann che ci porterà a Samarcanda, con una sosta importante a Shakizabz.
A cura di: Studio Spinapolice & Partners
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